Le vendite promozionali: tre consigli per farle funzionare

Avete un negozio, di qualsiasi genere? Allora non c’è alcun dubbio che, periodicamente nel corso dell’anno, arrivi per voi il momento di effettuare delle vendite promozionali. Le ragioni sono moltissime: smaltire degli accumuli di magazzino, presentare un prodotto nuovo, o semplicemente invogliare nuova clientela all’acquisto. Non disponendo delle risorse, economiche e strategiche, di una grande catena di rivenditori, assicurarsi che questi eventi funzionino al meglio richiede soprattutto buonsenso, pianificazione, e qualche piccola astuzia: i risultati potrebbero sorprendervi, specialmente se confrontati con i costi assolutamente esigui dell’operazione!

1. Selezionate i prodotti da promuovere
Un prodotto da mettere in promozione non può limitarsi ad avere un prezzo basso: deve anche essere o particolarmente necessario (un acquisto regolare, che i clienti sono già propensi a fare normalmente, e che la promozione farà semplicemente vendere in volumi maggiori) oppure particolarmente accattivante (un prodotto nuovo, o curioso, o particolarmente utile, che il prezzo ribassato porterà a provare con maggiore serenità). Scegliete accuratamente fra i vostri prodotti quelli che hanno le migliori possibilità di interessare la clientela.

2. Presentate in maniera chiara e invitante i prodotti e la promozione
Una promozione non è tale se non è facile e immediata da capire per tutti coloro che entrano nel vostro negozio. Rendete evidente, nelle vetrine, e magari con dei volantini, che sta arrivando una promozione. Inoltre, all’interno del negozio, per comunicare in maniera semplice, efficace e visibile, non c’è niente di meglio che dei buoni espositori in cartone costano poco, possono essere realizzati in breve tempo, e sono personalizzabili con qualsiasi sagoma e grafica. Inoltre, sono facilmente smontabili e occupano poco spazio, quindi possono essere utilizzati più volte per diverse vendite
promozionali. Disponeteli nei punti chiave del negozio (in cassa, e poi dovunque non ci siano troppi scaffali vicini e l’espositore possa spiccare) e assicuratevi che siano sempre riforniti – a meno che questo non violi il punto 3.

3. Il tempo è vostro alleato
Fare pressione alle persone è raramente una buona idea. Ma far percepire alle persone che una pressione esiste, che il tempo stringe, che è meglio decidere subito, può essere invece un elemento chiave di una promozione di successo. Specificate espressamente il tempo rimasto prima che la promozione finisca, magari con un cartello da aggiornare quotidianamente, e mano a mano che la fine del periodo promozionale si avvicina evitate di riempire troppo gli espositori: fate percepire ai clienti che i prodotti stanno finendo e che devono affrettarsi a comprarli, se li desiderano davvero.

I tre consigli che avete appena letto sono alla base di una promozione di successo. Implementarli costa poco, è semplice, e vi permette di vedere risultati immediati. Buon lavoro!


La protezione dalle radiazioni elettromagnetiche: cosa è davvero efficace?

Con il diffondersi di strumenti digitali d’ogni tipo, componenti tipici delle costruzioni elettromeccaniche – come gli elettromagneti – sono ormai capillarmente distribuiti dappertutto, e fanno parte di dispositivi che portiamo perfino regolarmente indosso, come i cellulari.

Quello che non possiamo vedere – ma che è una realtà – è che ciascuno di questi oggetti genera un distinto campo elettromagnetico, e che quindi noi ne siamo, ormai, costantemente circondati, e vi viviamo immersi.

E forse non tutti sappiamo che ci sono svariati studi scientifici che evidenziano effetti nefasti di tali campi sulla nostra salute, a partire da stress cronico e affaticamento, per arrivare a problemi ben più seri come le emicranie, o addirittura letali come, pare, alcuni tipi di cancro.

Diventa perciò essenziale proteggersi da tali effetti collaterali per tutelare il nostro benessere e quello della nostra famiglia:infatti non è possibile liberarci, come abbiamo spiegato, di tutti i dispositivi che generano campi elettromagnetici, e anche se lo facessimo saremmo comunque immersi in quelli generati da tutte le persone che abbiamo vicino.

Essenzialmente, ci sono due tipi di protezione che è possibile utilizzare, uno statico e uno portatile. Il primo genere consiste di dispositivi che possono essere collegati alla corrente di casa, e che vanno a modificare il campo energetico all’interno delle stanze, rendendolo meno nocivo per la nostra salute: sono adatti anche agli uffici, dove il problema è forse perfino più intenso.

Le protezioni portatili, invece, sono più simili a gioielli, come pendenti o braccialetti, e sono più comode per quando ci stiamo spostando da un luogo all’altro; in ogni caso, più di tutto, ha senso limitare quanto possibile la nostra esposizione ai campi più intensi, ad esempio non tenendo costantemente addosso il telefono cellulare.


La storia dei nastri trasportatori

Per nessuno di noi i nastri trasportatori sono un oggetto misterioso: sappiamo che vengono utilizzati in una gamma vastissima di applicazioni industriali, che spazia dal settore alimentare, a quello farmaceutico, a industrie pesanti come quella metallurgica, e allo stesso tempo che trovano applicazione in ambiti di servizio come nel trasporto bagagli in aeroporti e grandi stazioni. Ciò che però forse non conosciamo è la storia di questo dispositivo, e come si sia arrivati dalla sua concezione alla larghissima diffusione di cui esso gode nel presente. Ripercorriamo dunque brevemente la storia dei nastri trasportatori.

L’origine del dispositivo è probabilmente più antica di quanto molti fra noi pensino: ne abbiamo le primissime tracce non nella seconda rivoluzione industriale, e nemmeno nella prima, ma addirittura nella seconda metà del 1600, più di tre secoli fa, e quindi in anticipo, se vogliamo ben vedere, perfino sul concetto stesso di industrializzazione, o per lo meno ai suoi primissimi albori. Se però vogliamo andare a considerare il momento in cui la loro diffusione divenne non più occasionale, ma uno standard riconosciuto, dobbiamo attendere circa un secolo, e approdare al 1795, quando i nastri divennero popolari per lo spostamento, su brevi distanze, di merci pesanti – inizialmente, dei sacchi di grano.

Com’è facilmente immaginabile, all’epoca i sistemi in uso erano molto semplici, quasi rudimentali: consistevano essenzialmente di una base costruita in legno e di una cinghia, solitamente in tela o cuoio, che vi scorreva sopra. Fu soltanto nel ventesimo secolo che, dopo una sfortunata esperienza con i nastri trasportatori a rullo, quelli a cinghia videro un vero e proprio boom. Negli anni ’20, la loro applicazione principale era nell’industria automobilistica in piena espansione e in quella delle miniere, dove venivano utilizzati per trasportare il minerale scavato per distanze di diversi chilometri, con cinghie robuste costruite di strati alternati di cotone e gomma. Il discendente moderno di tali sistemi si trova nelle miniere di fosfati del Sahara Occidentale, ed è lungo ben 60 chilometri.

L’altra evoluzione storica fondamentale avvenne durante la Seconda Guerra Mondiale, e consistette nell’introduzione dei materiali sintetici per la produzione delle cinghie, dovuta alla scarsità dei materiali naturali. Oggigiorno, la varietà di materiali disponibili, che permette di adattarsi a qualsiasi applicazione, include PVC, poliestere, poliureteano, neoprene e nylon, oltre agli intramontabili cuoio, gomma, e naturalmente acciaio.


Elettroseghe da giardinaggio

Nel giardinaggio sono numerosi gli strumenti necessari al fine di effettuare operazioni colturali atte al mantenimento delle condizioni desiderate delle piante. Operazioni come potatura e taglio sono alla base delle lavorazioni che in ogni ambiente verde vengono svolte, da giardini a parchi, da piante in vaso ad alberi. Strumenti come elettroseghe e motoseghe si sono nel corso del tempo e con l’avanzare della tecnologia sempre più affermate in questo campo. Entrambe sfruttano il principio di taglio per mezzo di una lama sul cui bordo scorre una catena. Tuttavia esistono numerose differenze costruttive e tecniche.

Esiste una grande differenza tra elettrosega e motosega, sulla base della quale occorre ponderare bene al momento dell’acquisto. La differenza sostanziale stà nell’alimentazione, la prima è alimentata per mezzo di corrente elettrica, la seconda da un motore a scoppio funzionante con una miscela olio-carburante in parti variabili 1:3 o 2:5. Tale principale differenza si ripercuote su quelle che saranno poi le diversità di potenza e lavoro.

Un elettrosega non essendo dotata di un motore a due tempi non necessita di combustione, quindi non rilascia Co2 durante l’utilizzo, inoltre non vi sono problemi legati all’avviamento. Possiedono una maggior coppia motrice, indispensabile per evitare il blocco della lama. Tuttavia non avendo un motore produttore di grande potenza ed energia, posseggono una più lenta velocità di catena, variabile dai 10-15 metri al secondo. Non essendoci dunque il rumore del motore, le elettroseghe non hanno grossi problemi legati alla rumorosità.

Le elettroseghe sono lo strumento principale in ambiente domestico, vengono generalmente usate come mezzo di taglio di legna per camino e barbecue, potature leggere e tagli nel legno. La potenza di una elettrosega è variabile tra i 1200 W e i 2000 W; per lavori in cui si richiede maggiore potenza è opportuno acquistare una motosega, la cui potenza và dai 2000 W ai 2800 W

La motosega rispetto una elettrosega possiede una potenza maggiore e un superiore numero di giri della lama (da 16 a 25 metri al secondo), questo è dovuto alla presenza del motore che conferisce una maggiore potenza rispetto la corrente elettrica. Hanno un peso superiore e non hanno l’ingombro del filo, sono spesso utilizzate per lavori pesanti in frutteti o nella manutenzione di alberi di grosse dimensioni.


Vestiti da sposa: è importante scegliere bene

Scegliere fra i vari vestiti da sposa per il giorno più importante della vita di una donna è un’impresa ardua.
I vestiti da sposa sono molto differenti l’uno dall’altro, ognuno con le sue caratteristiche per esaltare i lineamenti e, a volte, per nascondere i difetti della sposa.

I vestiti da sposa esprimono lo spirito e lo stile di chi lo indossa, attirando l’attenzione di tutti gli invitati senza essere, al tempo stesso, troppo appariscente. E’ quindi opportuno che questa scelta sia fatta con tutto il tempo e l’attenzione necessari, recandosi presso gli atelier specializzati nell’ambito dell’abbigliamento da sposa, in grado di consigliare i vestiti da sposa che meglio esaltino le qualità fisiche e la personalità di chi lo indossa. Non esistono vere e proprie regole, è solo una questione di buon gusto.

La futura sposa deve tenere conto delle proprie proporzioni, della sua corporatura, del colore dei suoi capelli e del viso, in modo tale da poter capire fra i vestiti da sposa quale valorizzi al meglio la propria persona.

Per i matrimoni più classici e formali, si potrà scegliere fra vestiti da sposa più lunghi in seta o pizzo, con uno strascico di media lunghezza, velo in tulle di color avorio e guanti di raso. Le calze bianche completeranno l’abbigliamento più tradizionale.
Se invece si è deciso per una cerimonia più informale, la scelta potrà dirigersi verso un completo composto da abito e soprabito, o da un tailleur di colore chiaro con calzature neutre.

Chi ha i fianchi più larghi può scegliere fra vestiti da sposa lievemente svasati, tagliati sotto il seno, mentre per le più magre è ideale scegliere fra vestiti da sposa più ampi e fluidi. In ogni caso, se il matrimonio è celebrato in municipio, dei vestiti da sposa e cerimonia troppo sfarzosi risulterebbero fuori luogo: meglio optare per uno stile sobrio ed elegante, come i tailleur color pastello.

Per le cerimonie in Chiesa generalmente gli abiti da sposa utilizzati sono lunghi, rigorosamente di colore bianco, seguendo la tradizione nel simboleggiare la castità prematrimoniale. Il velo, sottile ed impalpabile, in tulle liscio oppure in pizzo, verrà sollevato dallo sposo una volta giunti all’altare.

Può essere corto o a voliera, a scialle, lungo e sfarzoso, arricciato ed applicato sul capo o sulla nuca. In ogni caso, la prova dell’acconciatura più adatta è d’obbligo, per evitare spiacevoli sorprese. Un consiglio che vale per tutte è di curare molto la zona della schiena che, durante la maggior parte della cerimonia, sarà la parte del corpo più esposta agli sguardi di parenti e invitati.


Disinfestazione mosche: perché la lotta alle mosche e’ cosi difficile?

La sanificazione dell’ambiente rappresenta la fase più importante nel controllo delle infestazioni da mosche dopo la disinfestazione mosche, come ci illustrano i professionisti di Gruppo Indaco.

Sanificazione significa rimozione della sostanza organica utilizzata come alimento dalle larve delle mosche, e come luogo di deposizione delle uova dalle femmine. Vi sono aree in cui è più semplice attuare questa pratica, ad esempio nelle aree residenziali ove è attivo un servizio di raccolta dei rifiuti, e le mosche possono riprodursi solo in ambiti individuabili ed eliminabili.

In altre situazioni l’allontanamento della sostanza organica è assai problematico, si pensi ad esempio ai grandi allevamenti industriali o ad alcune tipologie di stabilimenti dell’industria alimentare. Inoltre, una sanificazione per essere efficace nel controllo delle mosche dovrebbe prevedere la rimozione dei rifiuti organici due volte alla settimana.

Disinfestazione mosche – perché è cosi difficile avere a che fare con le mosche?
Ci siamo sempre chiesti come mai la disinfestazione mosche e la sanificazione siano difficili.
A differenza degli altri insetti, le mosche sono più difficili da combattere.
Questo è sicuramente dovuto al fatto che le mosche hanno la possibilità di reperire un enorme numero di luoghi idonei alla ovodeposizione ed allo sviluppo delle larve.
Ogni posto, soprattutto quei posti con clima mite come quelli casalinghi, è visto dalla mosca come possibile base per la deposizione di uova.

L’elevata velocità riproduttiva consente alle mosche di sviluppare numerose generazioni, in particolare nei mesi più caldi le generazioni possono accavallarsi e nel luogo infestato si ritrovano simultaneamente uova, larve, pupe e mosche adulte.
La creazione di concentrazioni produttive, in particolare raggruppamenti di allevamenti industriali, ha condotto alla concentrazione di quantità enormi di deiezioni animali il cui trattamento o smaltimento può avvenire solo in momenti ben precisi.

Di solito, infatti, le ditte specializzate in disinfestazione mosche vengono contattate quando l’elevato sviluppo delle mosche ha già portato ad una situazione di infestazione, più o meno grave.
Nella disinfestazione mosche vengono utilizzati molti prodotti diversi insetticidi per larve o per mosche adulte.

I prodotti disinfestazione mosche più utilizzati sono certamente i formulati insetticidi I.N.D.I.A. consigliati per il controllo delle larve delle mosche:
Seguono poi altri prodotti di disinfestazione mosche assai importanti, come il DIFLOX FLOW e l’AMPLAT.

La disinfestazione mosche molte volte viene sottovalutata. Infatti, la mosca generalmente non è un insetto pericolo in quanto non rovina nulla, non punge e non attacca l’uomo. Oltre il loro fastidioso ronzio, non creano alcun tipo di danno.

Per gli obiettori di coscienza che sono restii a compiere disinfestazione mosche, allora è bene sapere che esse sono portatrici di moltissime malattie (come la famosa mosca “tze tze” , portatrice di malaria). Quindi, in caso d’infestazione, meglio agire immediatamente e contattare una ditta di disinfestazione mosche.


I mobili per lavanderia

I mobili per lavanderia sono caratteristici di numerose abitazioni, nelle quali compiono funzioni di risparmio di spazio e praticità. Numerose sono le caratteristiche di impianto, di fatto esistono svariati modelli di svariati prodotti, come pensili o mobili per lavabo, lavatoi o asciugatoi.

I mobili per lavanderia sono mobili modulari, con varie altezze e profondità per adattarsi ad ogni tipo di locale e ambiente, tramite sostegni a muro come per i pensili è possibile dunque sfruttare al meglio ogni metro quadrato di superficie; inoltre sono attrezzabili con una gamma di ripiani atte all’aumentare notevolmente la superficie di deposito interno, e la possibilità di questi di possedere ante rende i mobili sicuri e di difficile accesso per i bambini. In queste ante è possibile inserire eventuali elettrodomestici che possano cosi essere utilizzati al momento, senza bisogno di doverli reperire.

La possibilità di disporre di mobili componibili ha fatto si che si creasse una sorta di continuità al locale, ciò rende la stanza sotto un profilo estetico molto esaltata; ciò è possibile mediante il design unico di tutti i mobili che,durante la composizione, svolgono oltre alla funzione di salvaspazio anche un miglioramento estetico.

La modalità di costruzione poi è fondamentale per ogni mobile, questo non richiedendo opere di muratura o di costruzione o di mantenimento, ha reso i mobili per lavanderia duraturi nel tempo e di immediato utilizzo. Utilizzo che poi è reso massimizzato proprio dalla caratteristica di disporre di più strutture poliedriche capaci di contenere svariati prodotti.

I prodotti per lavanderia possono anche essere alzati con pratici piedini atti allo scopo di pareggiare,portare i vari pensili allo stesso livello. Ciò è utile quando si dispone già di alcuni mobili di arredo nella propria lavanderia, e per non lasciare dislivelli tra i vari mobili si possono modificare le varie altezze, fino anche 5 cm!.

La praticità, il risparmio di spazio, la funzione di deposito, il design unico, complemento di arredo, componibilità e stabilità nel tempo sono solo alcune delle potenzialità di questo grande accessorio.


Lettura ottica

Per lettura ottica si intende sostanzialmente qualunque processo di acquisizione e riconoscimento formale eseguito con mezzi basati sul rilevamento delle immagini e che provvedono in un secondo tempo all’analisi ed al riconoscimento dell’obiettivo.

In buona sostanza parliamo di tutti quei sistemi che, tramite telecamere o altri sensori appunto “ottici”, ovvero basati sulle immagini, vanno a riconoscere cose, documenti o altro.

Per chiarire il concetto, abbiamo tre macrotipologie di lettura ottica.

La prima è forse quella più conosciuta, e riguarda il riconoscimento dei codici a barre. Un codice a barre è un sistema piuttosto datato ma che ancora oggi rappresenta la soluzione più immediata ed affidabile per un certo tipo di operazioni.

In questo caso il codice viene “letto” da un raggio laser che rimbalzando su un’etichetta su cui sono stampate le barre del codice omonimo, riconosce una serie di forme che, decodificate, vanno a rappresentare un numero di serie, o un codice che dir si voglia.

E’ la forma più semplice di lettura ottica, dato che le informazioni che devono essere lette sono di fatto molto semplici (oltre che limitate).

La seconda macrotipologia è anch’essa molto nota, anche se non tutti se ne rendono conto, e riguarda il riconoscimento di targhe e affini. In altre parole il meccanismo alla base, ad esempio, degli autovelox. A grandi linee possiamo descrivere questa tipologia come basata sul riconoscimento formale dei caratteri, esattamente come un qualsiasi software OCR.

In questo caso la lettura implica la ripresa di un oggetto mediante telecamera (ad alta definizione ma non sempre), e del riconoscimento formale da parte di software dedicato che provvede all’estrapolazione, ad esempio, di numeri e lettere costituenti la targa da riconoscere.

La terza e ultima macrotipologia riguarda i cosiddetti QRcode, detti anche impropriamente “codici a barre bidimensionali”. Il QRCode è una categoria relativamente recente di sistemi per il riconoscimento ottico ed implica sostanzialmente un codice costituito da punti di varia grandezza, all’interno di un’area quadrata, solitamente di circa uno-due centimetri di lato

A differenza del codice a barre tradizionale, un QRCode può contenere molte informazioni in più. Oggi il principale impiego è nella connessione e presentazione di codici relativi a materiale presente sul web. Questo è dovuto al fatto che quasi tutti gli smartphone attualmente in commercio, sono attrezzati per riconoscere il QR Code (basta una fotocamera anche di ridotta sensibilità un’apposita applicazione, solitamente gratuita e facilmente scaricabile sul proprio telefono.

Se hai bisogno di un software per la lettura ottica, Datasis fa al caso tuo, sul loro sito trovi tutte le informazioni.


Sappiamo come funziona la nostra caldaia?

Ci sono invenzioni che, allo stesso tempo, subiscono lunghissimi processi di evoluzione nel corso dei secoli e rimangono praticamente immutate nei loro aspetti più essenziali e fondamentali, forse a testimonianza della genialità dell’idea originale.

Oggi, ad esempio, usiamo tutti per scaldare le nostre case una caldaia a camera stagna, e neppure forse ricordiamo quando i sistemi impiegati erano ben più empirici; eppure la caldaia stessa ha visto grandi mutamenti nel suo funzionamento, se pensiamo che era dapprima rigidamente alimentata a legna, che poi per più di un secolo è stata costruita per funzionare a carbone, e che oggi i suoi bruciatori invece sono basati su un combustibile liquido iniettato nella camera di combustione insieme all’aria. Eppure, come dicevamo, le sue parti fondamentali non sono in fondo cambiate né per struttura né per funzione:

– il focolare, che come dicevamo oggi prende il nome di bruciatore: qui nasce l’energia termica che dà vita a tutto il sistema, sotto forma di una fiamma che va a riscaldare quanto contenuto nella caldaia, ossia l’acqua che circolerà nei nostri radiatori. Il riscaldamento avviene per conduzione, in quanto i fumi della combustione trasportano parte del calore, ma anche per diretto irraggiamento.

– la camera di combustione, che è la cella all’interno della quale viene posto il bruciatore. Questa parte ha visto le maggiori modifiche nel corso degli anni, dato che il suo aspetto dipende dal combustibile bruciato; un tempo, ad esempio, conteneva una camera per l’accumulo delle ceneri, necessaria quando si bruciano legno e carbone.

– il camino, che rappresenta la fondamentale misura contro l’intossicazione di chi abita gli ambienti riscaldati. Attraverso questo tubo che conduce all’esterno, infatti, vengono convogliati ed espulsi tutti gli elementi prodotti dalla combustione, come il fumo e le ceneri, che potrebbero rivelarsi tossici per gli esseri umani.


I piccioni: un’invasione da controllare

In molte delle nostre città, sono una presenza non solo storica, ma addirittura quasi un’attrattiva per i visitatori: pensiamo a Piazza del Duomo, a Milano, o a Piazza San Marco a Venezia, dove decine di persone vendono sacchetti di semi per attirarli, e migliaia di turisti si affollano per farsi fotografare circondati da dozzine di questi uccelli. Ma malgrado questo, il problema piccioni è reale e grave, e ben più rilevante di questa complementare attrattiva turistica – sia per lo stato delle nostre città, che per la salute dei loro abitanti.

La questione sanitaria e i rischi di malattia

Il discorso è elementare, avendo le basi – sebbene pochi ci pensino. I piccioni vivono in un territorio fortemente inquinato; ne deriva che si alimentano di cibi sporchi e contaminati. Questo porta, fatalmente, ad un inquinamento velenoso e batteriologico altissimo delle loro feci, che diventano autentici focolai di contagio per malattie gravi e perfino mortali.

Ci riferiamo a salmonellosi, meningite, encefalite e toxoplasmosi, ma anche a istoplasmosi e cryptococco, entrambe causate da spore di funghi cui i piccioni vengono esposti e che finiscono appunto nelle loro deiezioni. E non si pensi che sia essenziale il tocco per rischiare il contagio: una volta seccati, gli escrementi di piccione si sbriciolano in polvere finissima e possono essere inalati, o infettare sorgenti d’acqua estendendo il pericolo diffusamente.

La questione ambientale e il rischio strutturale

Per essersene accorti, basta possedere una autovettura e averla dovuta lasciare parcheggiata all’aperto – ma non è esclusivamente un problema di carrozzerie. Le feci dei piccioni sono corrosive, in quanto di natura acida. E non parliamo di decolorazioni estetiche, o del dissolversi dei dettagli di una statua (per quanto problemi seri anch’essi); il potere caustico è tale che intere strutture, come un ponte, possono essere messe a serio rischio di crollo.

Consideriamo, infine, un dilemma che è forse il meno noto ma anche, forse, il più disastroso, perfino rispetto ai danni da corrosione e alla rovina estetica della città quando ricoperta di sterco di piccione: il pericolo pratico di incendi. Pochi sanno infatti che le feci di questi volatili sono altamente infiammabili, e che quando, risucchiate da un impianto di ventilazione, vanno ad accumularsi con le piume cadute, possono diventare dei rischiosissimi focolai.