Archives Novembre 2012

I piccioni: un’invasione da controllare

In molte delle nostre città, sono una presenza non solo storica, ma addirittura quasi un’attrattiva per i visitatori: pensiamo a Piazza del Duomo, a Milano, o a Piazza San Marco a Venezia, dove decine di persone vendono sacchetti di semi per attirarli, e migliaia di turisti si affollano per farsi fotografare circondati da dozzine di questi uccelli. Ma malgrado questo, il problema piccioni è reale e grave, e ben più rilevante di questa complementare attrattiva turistica – sia per lo stato delle nostre città, che per la salute dei loro abitanti.

La questione sanitaria e i rischi di malattia

Il discorso è elementare, avendo le basi – sebbene pochi ci pensino. I piccioni vivono in un territorio fortemente inquinato; ne deriva che si alimentano di cibi sporchi e contaminati. Questo porta, fatalmente, ad un inquinamento velenoso e batteriologico altissimo delle loro feci, che diventano autentici focolai di contagio per malattie gravi e perfino mortali.

Ci riferiamo a salmonellosi, meningite, encefalite e toxoplasmosi, ma anche a istoplasmosi e cryptococco, entrambe causate da spore di funghi cui i piccioni vengono esposti e che finiscono appunto nelle loro deiezioni. E non si pensi che sia essenziale il tocco per rischiare il contagio: una volta seccati, gli escrementi di piccione si sbriciolano in polvere finissima e possono essere inalati, o infettare sorgenti d’acqua estendendo il pericolo diffusamente.

La questione ambientale e il rischio strutturale

Per essersene accorti, basta possedere una autovettura e averla dovuta lasciare parcheggiata all’aperto – ma non è esclusivamente un problema di carrozzerie. Le feci dei piccioni sono corrosive, in quanto di natura acida. E non parliamo di decolorazioni estetiche, o del dissolversi dei dettagli di una statua (per quanto problemi seri anch’essi); il potere caustico è tale che intere strutture, come un ponte, possono essere messe a serio rischio di crollo.

Consideriamo, infine, un dilemma che è forse il meno noto ma anche, forse, il più disastroso, perfino rispetto ai danni da corrosione e alla rovina estetica della città quando ricoperta di sterco di piccione: il pericolo pratico di incendi. Pochi sanno infatti che le feci di questi volatili sono altamente infiammabili, e che quando, risucchiate da un impianto di ventilazione, vanno ad accumularsi con le piume cadute, possono diventare dei rischiosissimi focolai.


Punti metallici: un po’ di storia

Sono ormai millenni che l’umanità scrive, registra e archivia informazioni di ogni categoria su fogli di carta o di pergamena; ed è da altrettanto tempo che si pone il problema di amministrare, mettere in ordine, sistemare tali masse di informazioni in una maniera che le rendesse di facile consultazione per le strutture governative, direttive e burocratiche. Ci sono dunque millenni di storia dei sistemi usati a tale fine: dalla cucitura dei fogli, all’uso della colla, a metodi più strani come il legare i fogli con nastroe e saldarli con la cera – proprio nell’angolo superiore sinistro, come facciamo noi al giorno d’oggi, e come fecero degli accademici nel 1200.

Fu soltanto alla corte di re Luigi XV, in Francia, nel millesettecento, che degli artigiani realizzarono la prima macchina pinzatrice della storia – un pezzo unico, evidentemente, completamente fabbricato a mano per essere, appunto, degno di un re. A quanto pare utilizzava punti metallici d’oro massiccio, incastonati perfino di gemme preziose, e incisi uno per uno con il sigillo della Corte Reale – ma naturalmente, si trattava di un dispositivo che non aveva nulla di comune, e non era certo immaginato per un utilizzo massiccio.

Un passo avanti venne fatto nel 1866, negli Stati Uniti, dove la Novelty Manufacturing Company costruì e commercializzò il primo vero antenato della macchina che utilizziamo oggi: le differenze erano però sostanziali. Conteneva infatti un solo punto metallico per volta, e inoltre si limitava a spingerlo nella carta, senza chiuderlo – attività che andava effettuata a mano, con significativo dispendio di tempo. Fu solo tredici anni più tardi, nel 1879, che comparve una macchina capace di richiudere il punto metallico, la McGill’s. Purtroppo però anche in questo caso non c’era caricatore, e dover inserire un nuovo punto manualmente ogni volta si dimostrò un grandissimo inconveniente.

Fu nel 1895, e per la precisione nella città di Norwalk nel Connecticut, che la Hotchkiss Company produsse e iniziò a vendere la prima pinzatrice capace di impiegare lunghe strisce di punti metallici legati insieme: il modello No.1. C’era però ancora un difetto: per disgiungere i punti era richiesta un’azione molto violenta sulla leva, tanto che spesso, negli uffici, veniva adoperato addirittura un mazzuolo. Per giungere ad un modello realmente funzionale ed efficiente, tanto che il suo design non è di fatto più mutato fino ai giorni nostri, dobbiamo arrivare direttamente al 1937, quando Jack Linsky brevettò la sua Swingline N.3.


Struttura e funzionamento dei filtri a carboni attivi

Sicuramente non ci sono ignoti, almeno in teoria: ne avremo sentito parlare, magari ci saremo anche domandati dove comprarli, o perfino ne abbiamo qualcuno in casa nostra. Ma sappiamo in effetti come funzionano i filtri a carboni attivi per la depurazione dell’acqua e dell’aria? Presumibilmente no: ed è un male, perché, oltre ad essere appassionante dal punto di vista dell’utilità, un filtro di questo tipo è anche un affascinante esempio di fisica e chimica applicate, e il suo funzionamento è singolare ed istruttivo.

Esistono due sistemi primariamente utilizzati a livello industriale per la preparazione del carbone attivo che dà il nome, e costituisce la parte fondamentale di questi filtri. Il primo di questi è la carbonizzazione, nella quale si sottopongono ad alta temperatura, fino ai 900 gradi centigradi, e ad un’atmosfera inerte che ne impedisca la combustione, come argon o azoto, dei materiali ricchi di carbonio, come ad esempio legno o torba; nel secondo caso, quello della ossidazione, si porta la temperatura a livelli ancora superiori, intorno ai 1200 gradi, e si sottopongono gli stessi materiali all’azione di un’atmosfera fortemente ossidante, quindi ricca di ossigeno, di vapore, o di biossido di carbonio. Il prodotto è lo stesso: un carbone con una diversa intelaiatura molecolare, traforata da microscopici canali che ne moltiplicano la superficie attiva.

La configurazione in cui viene ridotto il carbone dei filtri dipende assolutamente dal suo impiego finale. Per la pulizia dell’acqua, sia che si tratti di una singola conduttura che di un vasto bacino, si preferisce massimizzare, a parità di volume, la superficie del carbone esposta al contatto e quindi in grado di fare reazione: per questo, in tali casi si preferisce un carbone sotto forma di polvere. D’altro canto, nei filtri per l’aria (ad esempio utilizzati per serbare uniforme e controllata l’atmosfera in musei e sale da esposizione) si preferisce impiegare una forma granulare, qualche volta impregnata di diverse sostanze per migliorare le reazioni purificanti.

Che si tratti di un modello o di un altro, d’aria o d’acqua, tutti questi filtri sono in ogni modo basati sullo stesso principio. Anche nel basilare filtro da rubinetto, l’acqua corrente attraversa gli strati di carbone, e nel passaggio si verifica una reazione: e poiché le sostanze che vogliamo eliminare, come veleni e inquinanti, hanno molecole troppo grosse per scorrere dai micro canali del carbone attivo, rimangono intrappolate, e lasciano uscire un’acqua assolutamente purificata e libera da sostanze nocive.


State per aprire una gelateria? Ascoltate i consigli dell’esperto

Aprire una gelateria può essere una scelta commerciale vincente, che ci mette in un mercato affascinante e sempre rigoglioso, aprendoci le prospettive di un lavoro dove siamo davvero padroni di noi stessi, e dove ogni giorno lavoriamo con le persone più varie e produciamo, con le nostre mani, un prodotto gradevole e apprezzato. Non si deve però pensare che si tratti di un’impresa banale, e qualche dritta data da chi se ne intende può aiutarci a vagliare le questioni principali con maggiore cognizione. Molti problemi cruciali, infatti, potrebbero facilmente sfuggirci per mancanza di pratica, e mostrarsi poi invece determinanti nel successo della nostra attività.

Partiamo da un esempio superficialmente semplice, ma che in realtà è un autentico caso reale: esiste un elemento del negozio che sarà decisamente indispensabile perché il lavoro sia comodo e scorra con facilità, ma che essendo poco vistoso viene spesso dimenticato dai principianti, e si tratta del retro del bancone. Se ben organizzato infatti ha una funzione fondamentale nel far scorrere il lavoro in maniera più rapida ed efficace, ed è rilevante che venga fatta una pianificazione in base a quello che si prevede accadrà durante la giornata, quando avremo a che vedere con la massa dei clienti e difficilmente ci resterà tempo per altro.

Inoltre, se al gelato vogliamo accompagnare anche altri prodotti affini, questo richiederà di organizzare il tutto in anticipo. Pensiamo al caso semplicissimo di un frullato – un prodotto che è normale affiancare al gelato, che ne è l’ingrediente principale. Non è arduo pensare che, se vogliamo servirne nel nostro locale, ci servirà un frullatore; ma dobbiamo anche tenere conto che ci servirà una serie di bicchieri e cannucce aggiuntivi, riposti dove siano comodi da raggiungere, e idealmente anche un lavandino lì vicino: tutti fattori che è più semplice gestire considerandoli fin dall’inizio piuttosto che integrandoli più tardi.

Chiudiamo con un basilare suggerimento di comunicazione, che sembra eludere molti: è importante che la propria offerta, la selezione aperta al cliente, sia chiarissima ed evidente, senza che i clienti debbano chiedervi alcunchè al bancone. La ragione è molto semplice: fare domande al negoziante significa la impressione di fargli perdere tempo, il sentire ammucchiarsi fila alle spalle, tutti disagi piccolissimi ma che possono, disgraziatamente, far calare il desiderio di ritornare nel vostro locale. È importantissimo all’opposto che i clienti si sentano a proprio agio, ben trattati e perfino coccolati – perfino, forse, fondamentale quanto la bontà dei gelati che potete offrire loro!


Basta il nome dell’artista a fare un’opera d’arte?

A parole, probabilmente, lo dichiariamo tutti o quasi tutti, ma in realtà possiamo con sincerità dire di essere, indiscriminatamente, tutti veri amanti dell’arte? Molto plausibilmente no, e per motivi semplicissimi, a voler vedere. Il primo fra questi, e probabilmente più importante, è la nostra scarsa preparazione in merito. Se escludiamo evidentemente i percorsi di studio incentrati in maniera specifica sull’argomento, sono ben pochi gli spazi educativi e formativi dedicati allo studio dell’arte, sia dal punto di vista interpretativo delle opere, come statue e dipinti, che da quello storico: nei programmi, le ore dedicate alla materia sono scarse.

A ciò si aggiunge la complessità dell’arte, che è un complesso di opere dell’ingegno e della creatività umana difficile, se non impossibile, da vagliare al primo esame e con una semplice occhiata, se non si posseggono dei criteri e delle conoscenze specifiche che aiutino ad inquadrare e decifrare quel che si sta osservando e interpretando. Ciò nonostante, la nostra società incoraggia e quasi dà per scontato l’apprezzamento dell’arte, e ci viene insegnato, questo sì, a ritenerla un aspetto importante della nostra vita e della nostra crescita culturale – lasciandoci un po’ soli ad apprendere come interpretarla. Anche avendo però ammesso tutto questo, e riconoscendo la propria possibile mancanza di specifica preparazione, può capitare – specialmente nell’ambito dell’arte moderna – di trovarsi di fronte a lavori che lasciano anche il più umile e mentalmente aperto fra noi sconcertato sentendole definire come “opere d’arte”, dato che per quanto si possa affannare non vi ritrova nulla, né a livello di capacità tecnica, né di spessore di messaggio, né di facoltà di generare emozioni, che le qualifichi come tali ai propri occhi. Qualche esempio?

Composizioni con Rosso, Blue e Giallo – Piet Mondrian

Mondrian è un pittore alle cui opere vengono riconosciuti valori economici che vanno oltre la semplice definizione di “elevato”: i suoi quadri ricevono regolarmente valutazioni fra i dieci e i venti milioni di dollari. Ma anche tenendo conto di come Mondrian aderisse alla corrente “non rappresentativa” dell’arte, e che volontariamente lasciasse, a partire dal titolo, piena libertà d’interpretazione all’osservatore… riusciamo, sinceramente, a asserire che ci sia arte in una composizione di quadrati colorati che appare interamente casuale, quasi artificiale?

Elegia per la Repubblica Spagnola N° 110, Robert Motherwell

Tre fasce nere verticali, su sfondo bianco, dipinte in stile irregolare a larghe pennellate, fra le quali sono collocati degli ovali sempre neri e altrettanto rozzi. Null’altro compare su questa tela. Anche volendo ammettere l’intento, di per sé indubbiamente meritorio, espresso dall’artista, Motherwell, di rendere l’arte non rappresentativa più vicina e intelligibile al profano, oltre a dubitare dell’esito di tale intento, non siamo francamente sconvolti che un quadro come quello che abbiamo appena descritto possa essere valutato intorno ai due milioni di dollari?

Where, di Morris Louis

Negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, fra le correnti artistiche, ebbe un certo rilievo una corrente definita come “Color Field”, che prevedeva l’impiego di grandi campiture colorate a tinte vivaci. Tra i rappresentanti di tale corrente, Morris Louis ha sicuramente un ruolo di spicco, e spiace risultare irrispettosi: ma ha senso stimare, com’è corrente pratica fare, un milione di dollari una tela come questa, che raffigura un arcobaleno affatto differente da quello che potrebbe dipingere, giocherellando con i pennarelli, un bambino di quattro anni?